Due pesi, due misure. Le incongruenze dell’Occidente in Medio …

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È facile per gli Stati occidentali condannare le azioni repressive di un dittatore quando ciò coincide con gli obiettivi politici nazionali. Non si può dire lo stesso quando, per calarsi nella parte dei paladini dei diritti umani, questi paesi sono costretti a far passare in secondo piano i loro interessi, di qualsiasi natura essi siano.

Le primavere arabe hanno messo in luce una volta di più le grandi contraddizioni che caratterizzano l’azione politica dell’Occidente a livello internazionale. Nonostante in apparenza le cancellerie occidentali abbiano dato l’impressione di essere pronte a schierarsi in prima linea per difendere i diritti delle popolazioni oppresse, alla prova dei fatti non tutto è andato secondo copione, come dimostra il caso del Bahrain.

Nelle ultime settimane si è svolta a Ginevra la 21° seduta del . Il Bahrain era chiamato a rispondere alle raccomandazioni formulate dal Consiglio il 21 maggio 2012 in relazione alle violazioni dei diritti della popolazione che si sono susseguiti dall’inizio degli scontri, nel febbraio 2011, e che continuano ancora oggi.

Il Consiglio sui diritti umani è stato molto critico nei confronti di Manama sull’effettiva attuazione delle misure richieste. A sostenere la tesi dell’organizzazione con sede a Ginevra ci hanno pensato anche alcune organizzazioni non governative. Secondo ciò che è emerso durante il meeting, il governo del Bahrain è venuto meno a gran parte delle raccomandazioni contenute nel rapporto Bassiouni (dal nome del capo della Commissione di inchiesta indipendente che aveva avuto l’incarico dall’UNHRC di indagare sul Bahrain).

Da Manama, però, hanno fatto sapere di aver accettato il 90% delle osservazioni che gli sono state fatte e di aver cominciato a metterle in pratica.

La notizia delle accuse mosse dal Comitato al piccolo regno del Golfo è passata però piuttosto in sordina sulla stampa internazionale. Nessuno si è curato troppo delle considerazioni venute fuori dal summit di Ginevra. D’altronde anche le rivolte che lo scorso anno avevano investito il Bahrain non avevano ricevuto troppa attenzione da parte dei mass media. Fatta eccezione per parte qualche piccolo specchietto informativo durante lo svolgimento del gran premio di Formula1, le violenze nel paese sono rimaste per buona parte in ombra.

Nessuno Stato si è preoccupato di sostenere chi contestava l’operato di Manama, né attraverso dichiarazioni di solidarietà (come invece sta avvenendo frequentemente nell’ultimo periodo, specialmente nei casi in cui i governi non hanno la minima intenzione ad agire), né tanto meno tramite l’invio di armi e/o denaro. Le autorità del Bahrain hanno dunque avuto vita semplice nel sedare le rivolte di persone prive di qualsiasi sostegno esterno e molto poco attrezzate dal punto di vista militare.

A differenza di altri paesi arabi, la situazione nel Regno del Bahrain non è degenerata perché nessuno gli ha dato la possibilità di farlo. Senza armi ed aiuti provenienti dall’estero, i ribelli si sono dovuti rassegnare all’impossibilità di competere contro l’apparato militare del governo, costruito con i dollari ricavati dalla vendita di petrolio e sostenuto da Washington, che nelle acque del regno tiene gelosamente ancorata la V flotta della sua marina. Gli scontri sono rimasti limitati, il numero di morti e percossi pure e l’Occidente ha potuto continuare a fingere che a Manama la situazione fosse sotto controllo.

Ancora oggi la posizione dei paesi occidentali sul caso Bahrain continua ad essere imbarazzante. A maggior ragione se confrontata con l’atteggiamento tenuto da alcuni di questi Stati in Libia e in Siria.

Nel piccolo arcipelago del Golfo la comunità maggioritaria sciita è sottomessa al volere della minoranza sunnita. Il regno è una monarchia costituzionale. Il potere è concentrato nelle mani della famiglia sunnita Al Khalifa, che poco si cura degli interessi della popolazione sciita. è l’attuale re, nomina ricevuta per discendenza, mentre suo zio Khalifa bin Salman Ali Khalifa è il capo del governo di Manama.

Con la caduta della famiglia reale e la presa del potere del maggioranza sciita, ci sarebbe il rischio per l’Occidente che il paese venga inglobato nell’area di influenza iraniana. Teheran infatti in più di un’occasione ha provato ad estendere la sua longa manus sul Bahrain con la speranza di mettere in difficoltà il governo sunnita del paese.

Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno già mostrato con chiarezza le loro intenzioni di non permettere uno spostamento del genere negli equilibri regionali. Appena scoppiate le prime manifestazioni, infatti, le due monarchie arabe hanno inviato i loro eserciti per assistere la famiglia al Khalifa nel sedare le rivolte.

Oltre alla minaccia iraniana, ad aggiungere motivi al laissez-faire dei paesi occidentali ci ha pensato il condizionante scenario regionale. Aiutare il popolo del Bahrain ad ottenere maggiori diritti avrebbe sicuramente rovinato le relazioni con le altre monarchie del Golfo.

Che dietro l’azione degli Stati occidentali impegnati a far cascare Mu’ammar Gheddafi ci fossero più interessi economici e politici che sentimenti di solidarietà verso il popolo libico è cosa appurata. Così come non si scopre l’acqua calda quando si dice che l’attenzione delle cancellerie occidentali alla causa dei ribelli siriani non sia dovuta a meri sentimenti di simpatia verso il popolo oppresso, ma piuttosto a calcoli politici. Il fatto però che nessuno di questi Stati si sia pronunciato con forza in difesa dei diritti del popolo del Bahrein sta a significare che la scelta di quale fazione appoggiare nelle primavere arabe da parte dei governi occidentali ha ben poco a che fare con la tutela dei diritti dell’uomo.

Se l’obiettivo è quello di indebolire l’Iran ben vengano le richieste del popolo siriano di destituire Assad, fedele alleato degli ayatollah. Per lo stesso motivo però è meglio evitare che la maggioranza sciita presente in Bahrain prenda il sopravvento sulla famiglia sunnita al potere. In questo caso è preferibile sorvolare sulla violenze commesse da Manama contro le dimostrazioni degli oppositori (molto più pacifiche di quelle che da mesi avvengono in Siria) e fare orecchie da mercante alle richieste di aiuto della popolazione oppressa.

Così facendo il mondo occidentale perde credibilità come garante di quei valori universali sanciti nelle sue Costituzioni e spesso usati per giustificare le ingerenze in altri paesi.

Alla luce di ciò che è successo nell’ultimo anno e mezzo in Medio Oriente e date le risposte differenti fornite alle simili situazioni di crisi, è facile constatare come la credibilità dei paesi occidentali sia definitivamente venuta meno all’interno della comunità internazionale.

Se i primi a derogare a certi principi sono proprio quei paesi che ne dovrebbero essere i garanti, con che diritto essi possono biasimare i capi di Stato che non hanno la minima intenzione di ergersi a paladini dei diritti dell’uomo e mirano soltanto a portare avanti gli interessi del loro paese?

29 settembre 2012

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