Oman, un alleato scomodo

//   21 novembre 2014   // 0 Commenti

RTR3GQAH 608x400Il 16 novembre un summit d’urgenza convocato a Riyadh ha visto riuniti i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) nel tentativo di risolvere le tensioni tra il blocco formato da Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi e il Qatar dopo la crisi diplomatica dello scorso marzo. A seguito dell’incontro, i tre Paesi hanno confermato che riapriranno i loro uffici di rappresentanza a Doha. Si tratta di un passo verso la normalizzazione delle relazioni all’interno del GCC, faticosamente mediato dal Kuwait, necessario considerato il forte momento di instabilità della regione mediorientale. La disputa con il Qatar, accusato di sostenere la Fratellanza Musulmana, ha in questi mesi pesato sugli equilibri e sulle decisioni che legano le politiche dei Paesi del Golfo, fino a mettere seriamente a rischio il prossimo summit in programma proprio a Doha il 9 e 10 dicembre.

Il gesto distensivo di Arabia Saudita, Emirati e Arabi e Bahrain di certo non lima del tutto le divergenze che ancora esistono all’interno del Consiglio. Nei giorni scorsi gli Emirati Arabi hanno pubblicato una lista ufficiale di 83 organizzazioni considerate terroristiche, tra cui la International Union of Muslim Scholars con sede in Qatar e diretta dal noto predicatore di origine egiziana, Youssef Al Qaradawi, guida spirituale dei Fratelli Musulmani. La reazione ufficiale da parte di Al Qaradawi non si è fatta attendere e potrebbe presto innescare nuovi scontri tra i governi di Qatar ed Emirati.

Il ruolo chiave dell’Oman

Al summit del 16 novembre i riflettori erano puntati anche sull’Oman, il grande assente ingiustificato. Il sultanato, situato nella porzione più estrema nel sud-est della penisola araba, è forse il Paese che meno spicca all’interno del GCC e che gode mediamente di minore visibilità, forse anche in virtù del fatto che è lo Stato membro che più di tutti osteggia la proposta saudita di un’Unione del Golfo. Ma l’Oman è anche il Paese che, contrariamente a tutti gli altri Stati del Golfo, è in buoni rapporti con Teheran. E questo lo rende particolarmente potente e pericoloso agli occhi di casa Saud, che tutto vorrebbe fuorché un sostenitore dell’Iran dietro l’angolo di casa.

 

Il governo di Muscat è stato più volte al centro delle critiche da parte degli altri Stati del Golfo per aver sostenuto i colloqui tra USA e Iran e per aver agito spesso segretamente e in via indiretta al fine di mediare nelle recenti negoziazioni sul nucleare. Già nel marzo del 2013 l’Oman aveva ospitato colloqui riservati tra le amministrazioni di Washington e Teheran. Un altro incontro tra il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e il segretario di Stato americano John Kerry, si è tenuto a inizio novembre in vista dell’ultimo round di negoziati sul nucleare previsto per lunedì 24 novembre

Il dilemma della successione

C’è un altro significativo elemento che ha attirato l’attenzione di Casa Saud nei confronti dell’Oman, ovvero la successione all’attuale Sultano Qaboos bin Said al Said. Settantaquattro anni, malato di cancro (da mesi si reca in Germania per cure mediche), il Sultano non ha figli e ha già stabilito un piano per la sua successione. Nei tre giorni che seguiranno la sua morte un Consiglio famigliare dovrà decidere il successore tra tre candidati che il Sultano ha scelto in segreto. Secondo indiscrezioni di palazzo i tre contendenti sarebbero il vice primo ministro Fahd bin Mahmoud al-Said, il direttore del Comitato per la Ricerca Scientifica, Shehab bin Tareq al-Said, e il ministro dei Beni Culturali e Archeologici, Haitham bin Tareq al-Said. Nel caso di un mancato accordo all’interno del Consiglio famigliare, la questione passerebbe nelle mani del Consiglio per la Difesa che dovrà concordare la nomina insieme al Consiglio della Shoura e al Consiglio di Stato (le due camere dell’organo legislativo del Sultanato).

La successione al trono in Oman non sembra però essere solo una questione solo di interesse nazionale. Con lo Yemen in preda alle rivolte dei ribelli sciiti della comunità Houthi, l’Arabia Saudita non può permettersi di avere accanto anche un governo filo-iraniano. L’escalation delle tensioni tra sunniti e sciiti in Medio Oriente interessa d’altronde da vicino tutti gli altri membri del GCC. Teheran invece, che culturalmente ha legami con i musulmani ibaditi dell’Oman (una frangia dissidente minoritaria dell’Islam), sarebbe più che contenta di ottenere un avamposto privilegiato nella penisola araba. Motivo per cui il presidente iraniano Hassan Rouhani avrebbe già pensato di “corteggiare” il Generale Sultan bin Mohamad Al-Naamani, direttore dei servizi per la sicurezza di Stato in Oman, ritenuto da molti il vero accentratore del potere nel Paese.

di Marta Pranzetti tratto da lookoutnews.it


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